Russia, giornalisti nel mirino

20.02.2009

Nessuna sorpresa. Dopo tre mesi di udienze, il processo per l’assassinio di Anna Politkovskaja s’è concluso ieri così come avevano previsto sin dall’inizio i suoi familiari, gli amici e i corrispondenti della stampa occidentale in Russia. È terminato cioè con la piena assoluzione dei quattro imputati: i due fratelli ceceni Ibragim e Dzharbail Makmudov, il poliziotto Sergheij Khadzikurbanov, e l’ufficiale dei servizi segreti Pavel Riaguzov.

Anna Politkovskaja

Due anni e mezzo dopo l’assassinio, un colpo di rivoltella alla nuca mentre la giornalista usciva dall’ascensore della sua abitazione, la giustizia russa ha quindi sentenziato che il caso Politkovskaja è chiuso. Chi fossero i mandanti, dove si trovi l’assassino (forse il terzo dei fratelli Makmudov), perché la giornalista sia stata uccisa: a queste domande il tribunale di Mosca non ha neppure tentato di dare risposta. Gli imputati sono già tutti a casa per non aver commesso il fatto, il mistero Politkvoskaja resta quello che era: il più fitto, il più torbido, il più indecente tra i molti misteri della Russia di Vladimir Putin.

Sul periodico Novaja Gazeta, uno dei due o tre mozziconi di stampa libera rimasti a Mosca, Anna Politkovskaja era stata per anni la più strenua e documentata accusatrice delle ferocie commesse dall’esercito russo in Cecenia.
E non si trattava d’accuse lanciate al vento, bensì direttamente mirate al Cremlino.

Le stragi, gli stupri di massa, l’incendio di abitazioni, i campi di concentramento in Cecenia, tutto questo discendeva dall’assenso che il potere aveva dato a quella ferocia. Senza l’assenso di Putin, il macello ceceno non avrebbe potuto proseguire per cinque lunghi anni, dall’ascesa al Cremlino dell’ex ufficiale del Kgb sino agli inizi del 2006. Questo sosteneva Anna Politkovskaja, che sul computer aveva già, non ancora finito, un nuovo articolo e una nuova denuncia dei misfatti del regime.

Certo, noi non sappiamo se furono queste, le accuse contro il potere, che portarono alla condanna a morte della giornalista in una giornata piovosa d’ottobre, nell’androne d’uno squallido palazzo di Mosca. Abbiamo dei sospetti, questo sì, largamente condivisi in tutto l’Occidente: sospetti di trame delle polizie segrete in un paese dove la maggioranza dei settanta-ottanta uomini più potenti della Russia d’oggi si sono formati nelle scuole del Kgb. E i quali, a differenza del personale politico nelle democrazie, hanno studiato lungamente come ordinare – e insieme mantenerla nel mistero – l’eliminazione fisica d’un avversario. Ma, vale la pena ripeterlo, certezze non ne abbiamo.

Quel che sappiamo, è soltanto che in Russia i giornalisti “scomodi”, come li definiamo approssimativamente sui nostri giornali, quelli cioè che osano alzare la voce contro il regime, vengono di quando in quando presi a pistolettate. Pensiamo al 16 gennaio scorso. Mosca coperta di neve, i festoni natalizi, le vetrine sfolgoranti dei negozi. In pieno centro, le cupole del Cremlino già in vista, un giovane avvocato che da anni porta nei tribunali molte denuncie per violazione dei diritti umani, di nome Stanislav Markerov, sta camminando in direzione del Maneggio. Con lui c’è una bella ragazza di 22 anni, Anastasia Barburova. Proprio come la Politkovskaja, anche la giovanissima Barburova scrive sul giornale d’opposizione Novaya Gazeta. I due procedono parlando tra loro, quando un uomo li avvicina, sfodera una pistola e spara al petto dell’avvocato Markerov. Poi, quando Stanislav Markerov crolla sul marciapiedi, l’assassino si gira e cerca d’allontanarsi. Ma non ha fatto i conti col coraggio della ragazza. Anastasia Barburova non solo si mette a gridare, ma insegue l’assassino. Trenta, quaranta metri d’inseguimento, poi l’uomo con la pistola si gira e spara in pieno viso alla giornalista. Inutile dirlo, i passanti abbassano lo sguardo e fanno finta di non vedere. La storia russa sconsiglia infatti le testimonianze.

Anastasia Barburova diventa così il quattordicesimo giornalista ammazzato negli anni di Putin da sicari mai scoperti. Senza che polizia e magistratura riescano a cavare dagli incartamenti una traccia, un sospetto, sui mandanti e gli esecutori. Senza che dalla società russa salga un grido, un’invocazione, perché sui giornalisti morti ammazzati sia detta la verità e sia fatta giustizia.
Il fatto è che noi continuiamo a parlare della Russia quasi fosse un paese come gli altri: i prezzi del petrolio e del gas che continuano a calare, la crisi finanziaria, la marea dei disoccupati, i piccoli segnali d’un possibile miglioramento dei rapporti con l’Occidente.

Ma la Russia non è un paese come gli altri. Negli “altri” paesi i giornalisti non vengono sparati al cuore o alla nuca. E se domani ne venisse ammazzato uno, il presidente della Repubblica di quel paese dove è stato commesso l’omicidio non direbbe, come disse Putin dopo la morte della Politkovskaja, che si trattava di “persona senza vero ascolto nella società”. Non direbbe questo, e poi si farebbe rappresentare da un ministro o da un sottosegretario ai funerali del giornalista. Una sensibilità che all’ufficio del Protocollo al Cremlino non s’è mai manifestata negli otto anni della presidenza Putin.

Del resto, un episodio di due settimane fa certifica l’indifferenza del regime di fronte al dovere d’amministrare la giustizia. Un colonnello dei paracadutisti che in Cecenia aveva violentato e poi ucciso una ragazza meno che ventenne, condannato a dieci anni dopo che l’istruzione del processo aveva a lungo stentato prima di mettersi in moto, è stato fatto uscire di prigione dopo soli cinque anni. E quando il presidente della Commissione europea, José Barroso, ha osato accennare l’altro giorno in una conferenza stampa congiunta, lui e Putin, alla questione dei diritti umani in Russia, Putin s’è rivoltato traboccante di collera, asserendo che siamo noi, in Europa e nel resto dell’Occidente, a violare i diritti umani: non la Russia.

Va detto tuttavia che un segnale, un barlume incoraggiante è venuto non molti giorni fa, quando il presidente Medvedev ha ricevuto al Cremlino il direttore della Novaya Gazeta, Dmitrij Muratov, per esprimergli la sua partecipazione dopo l’assassinio della giornalista Barburova. Si tratta d’un altro scricchiolìo nel tandem Medvedev-Putin? Gli osservatori a Mosca lo interpretano così. In ogni caso, come s’è detto, un barlume. Il segno che forse qualcuno, nel regime, comincia a capire che il troppo è troppo.

Sandro Viola

fonte: la Repubblica

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