Ma la Russia di Eltsin ignorò Solgenitsyn

06.08.2008

In quei giorni della fine di maggio 1994, mentre il convoglio della Transiberiana su cui viaggiava Aleksandr Solgenitsyn si faceva sempre più prossimo a Mosca, sembrò che il ritorno in patria dello scrittore dopo vent’ anni d’ esilio potesse inserirsi tra gli eventi più memorabili del Novecento. Certo, il viaggio era stato congegnato in modo magistrale.

Solgenitsyn era giunto in aereo a Vladivostok, nell’ Estremo Oriente russo, e da lì, seguendo il corso del sole, stava procedendo verso Mosca su due vagoni speciali agganciati alla Transiberiana. Nelle stazioni grandi e piccole della Siberia, gruppi di persone aspettavano il convoglio. La barba al vento, lo sguardo sempre severo, anzi corrucciato, lo scrittore s’ affacciava al finestrino. Prendeva i mazzi di fiori di campo che gli venivano offerti, chinava leggermente il capo quando le donne più anziane lo benedicevano all’ uso ortodosso tracciando nell’ aria tre croci. E intanto il suo sguardo scorreva sulla sconfinata miseria russa. Case di legno e per di più cadenti, fango, tanfo di vodka e di corpi non lavati. Un degrado, una desolazione persino più scoraggianti di quelli che gli erano restati nella memoria lungo i due decenni dell’ esilio. Il progetto d’ un simile viaggio, carico di simbolismi e analogie storiche e letterarie (lo scoramento di Turgenev ai suoi ritorni in Russia, il treno di Tolstoj, il peregrinare di Gorkij) non lasciava dubbi: Solgenitsyn aveva voluto fare del suo approdo in patria un Evento, un Avvento, un’ Epifania. Convinto – e non del tutto a torto – d’ essere l’ ultimo grande protagonista del terribile Novecento russo, con l’ ambizione di presentarsi al suo popolo come una specie di Ventriloquo di Dio, o quanto meno come la personificazione della coscienza e del destino russi, lo scrittore era tornato, stando alle sue stesse parole, per «guarire» la Russia dai tanti mali che l’ avevano afflitta nella sua storia. E soprattutto dall’ ultimo e più disastroso di quei mali, i settant’ anni del comunismo. Solgenitsyn era dunque venuto ad ascoltare – come dice il titolo d’ un suo libro – «le voci da sotto le rovine», i lamenti d’ un popolo che aveva vissuto per quasi tre quarti di secolo nella menzogna, nell’ arbitrio, nella miseria, e ora boccheggiava semisepolto dalle macerie dello Stato-Partito.

Perciò l’ autore dell’ Arcipelago Gulag avrebbe parlato con voce forte, avrebbe accusato coloro che sin allora non erano stati accusati, così da «cambiare» con la sua sola presenza «l’ aria della Russia». E in effetti, mentre i suoi due vagoni s’ avvicinavano alla capitale, a Mosca serpeggiava un po’ di nervosismo. Erano in molti, infatti, a temere qualcosa di simile a una cacciata dei mercanti dal Tempio. I gangsters e gli speculatori che si stavano appropriando delle ricchezze del paese con le sventate privatizzazioni eltsiniane, la vecchia «nomenklatura» tornata a posizioni di potere, i falsi banchieri che rastrellavano i risparmi dei russi per poi sparire indisturbati verso Vienna o Ginevra. No, Aleksandr Isaievic non veniva sulle rive della Moscova per tacere. Ed era per questo che molti a Mosca, dal Cremlino in giù, stavano diventando nervosi. Il nervosismo che Gogol ha messo nel primo atto dell’ Ispettore, quando nella piccola città di provincia s’ annuncia l’ arrivo d’ un inviato del governo, e tutti s’ allarmano al pensiero delle proprie code di paglia. Ma a parte le inquietudini che si stavano facendo strada, all’ avvicinarsi del Vate, in certi settori del potere, timorosi che i tanti simboli di quell’ arrivo potessero scuotere le folle, la Mosca della primavera del 1994 non era pronta ad ascoltare la voce di un’ alta autorità morale. Mosca era allora, infatti, un mare di corruzione, un frutto marcio che ricordava la Beirut dei primi Settanta, la Shanghai degli ultimi anni di Chiang Kai-shek, la Berlino di Grosz e Brecht. In nessuna delle capitali del mondo il crimine aveva mai operato tanto «en plein air», con sciami di ruffiani e prostitute per le strade, sparatorie di giorno e di notte, «roulettes» truccate nei Casinò, mentre il capo dello Stato arrivava nelle sale di riunione del Cremlino quasi sempre ubriaco, barcollante, le parole tanto confuse da risultare inintelligibili. Insomma, la città sbagliata per chi fosse venuto a celebrarvi l’ elogio del «mujik» e dell’ anima vecchio-russa, a tentare di rimettere in piedi «i pilastri morali della tradizione ortodossa», a scagliarsi contro il culto del danaro e «gli schiavi del progresso». Fu perciò che sullo sfondo caotico della Mosca degli anni di Eltsin, il Profeta Solgenitsyn fu quasi subito in disparte, disorientato e inascoltato. E ci fu chi se ne sorprese e dolse.

Il filosofo Jurij Afanasev, per esempio. Un paio di giorni prima dell’ arrivo dello scrittore, Afanasev ancora s’ illudeva: «No, non c’ è il rischio», argomentava, «che la sua parola non venga intesa, che voli tanto alta da non essere capita dal popolo. Perché Aleksandr Isaievic non è un ingenuo. Non è così idealista, astratto, com’ era Tolstoj. In lui c’ è un ben altro senso della realtà. Certo, avrà bisogno d’ un po’ di tempo per cogliere le enormi differenze che esistono tra la Russia che egli lasciò vent’ anni fa, e la Russia d’ oggi. Dovrà vedere, interrogare, capire. Ma poi è certo che la sua voce si sentirà, e che i russi staranno a sentirla». Invece la parola del Vate si sentì appena (e a volte in toni anche un po’ sconcertanti, toni slavofilo-nazionalisti, nostalgie zariste, sfumature antisemite), poi non si sentì più. David Remnick, attuale direttore del New Yorker, uno dei migliori storici dell’ agonia sovietica, andò a intervistarlo sei anni fa, e l’ impressione che trasse dall’ incontro fu quella d’ aver parlato ad un Sopravvissuto.

Inutile dirlo, i meriti dello scrittore, del Grande Accusatore del comunismo, dell’ infaticabile archivista dei delitti leninisti e stalinisti, non possono certo essere discussi. Ma a Solgenitsyn è capitato quel che non capitò a Mann, a Mauriac, a Moravia, a Bellow, a Mailer, la cui voce si sentì sino ai loro ultimi giorni, e non capita oggi a Grass e persino a Saramago, ancora capaci di farsi ascoltare. Mentre Solgenitsyn ha trascorso gli ultimi anni chiuso nella dacia di Troize-Lykovo, ormai l’ ombra silenziosa, e in certo senso incongrua, dell’ uomo che aveva attraversato tutta la tundra siberiana viaggiando da Vladivostok a Mosca, fiducioso di poter «guarire la Russia». E’ vero, negli anni di Putin sono venuti molti onori. Incontri al Cremlino, decorazioni, pubblicazione dell’ opera omnia. Del resto, le sintonie con l’ ex colonnello del Kgb che comandava (e probabilmente comanda ancora) la Russia, erano svariate. L’ adesione alla guerra in Cecenia, il consenso al «potere verticale» inaugurato da Putin con il sostegno di centinaia di ex agenti dei servizi segreti, la comprensibile soddisfazione per il ritorno della Russia a protagonista della scena internazionale. Ma è difficile pensare che, pur senza mai lasciare la quiete dei boschi attorno alla dacia di Troize-Lykovo, Solgenitsyn ignorasse che la Russia d’ oggi è l’ esatto contrario di quella che egli aveva sperato di rigenerare.

La Russia del consumismo più febbrile, il massimo mercato automobilistico del mondo, un fiume di turisti che viaggiano per i cinque continenti, i clienti migliori delle gioiellerie di Londra, Parigi e Montecarlo, l’ unico paese dove si tenga (come avviene ogni anno a Mosca) una «Fiera dei miliardari» dove sono in vendita cellulari tempestati di diamanti, isole greche, Rubens, Turner, Picasso, e ogni altra cosa di prezzo superiore ai quattro miliardi di euro. Su questo, Solgenitsyn s’ era sbagliato come Karol Woityla. Il papa polacco pensava che le sofferenze del comunismo avrebbero condotto i popoli usciti dall’ oppressione verso una più intensa vita spirituale, e Alexandr Isaievic s’ era illuso che i russi fossero in attesa di ritrovare le virtù della tradizione. L’ uno e l’ altro non avevano messo in conto che la risposta più prevedibile al crollo del comunismo sarebbe stata una corsa a perdifiato verso il benessere. Verso tutto quello che era mancato in decenni di penurie e privazioni, quando da Mosca a Praga le donne si davano per un paio di calze di nylon.

Sandro Viola

fonte: la Repubblica

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