Le bugie di Mosca. Gli anni ’60 nella città perduta

20.12.2010

La lettura del bel libro di Serena Vitale A Mosca, a Mosca! apparso da Mondadori qualche settimana fa, ha ravvivato i ricordi dei miei primi viaggi in Unione Sovietica: 1962,’64,’67. Vi sarei poi ritornato — sinché l’Urss durò — una ventina di volte almeno, e un’altra ventina nella Russia semi-libera di Gorbaciov, Eltsin e Putin. Poiché la Vitale vi giunse nel ’67 per studiare la lingua e la letteratura russe, e divenire con gli anni la più illustre tra i nostri slavisti, molte delle sue memorie della Mosca d’allora coincidono con le mie. I luoghi, i volti aggrondati della folla nelle strade, le continue penurie che sopportava la popolazione, e inoltre alcuni personaggi che entrambi incontrammo in quegli anni. Gli ottimi e amichevoli italianisti, l’alto burocrate che sovrintendeva dal suo ufficio dell’Unione degli scrittori ai rapporti con gli studiosi e i giornalisti giunti dall’Italia.

Da dove scaturiva l’emozione con cui gli italiani tra i venti e i trent’anni approdavano a quel tempo sulla piazza Rossa? Oggi mi sembra di sapere che proveniva innanzi tutto dall’esotismo della “patria socialista”. Vale a dire tutto quel che non avevamo mai visto a Roma, a Parigi, a Londra. Le folle malvestite in fila sotto la neve davanti al mausoleo di Lenin (dal quale era appena stata tolta la mummia di Stalin), la rude scortesia dei camerieri e altri inservienti, un alcol da 40-42 gradi come la vodka con cui pasteggiare a pranzo già verso l’una del pomeriggio, le cipolle dorate delle chiese russe, i marmi e i lampadari a goccia della metropolitana, il brivido che si provava venendo interpellati da un semplice poliziotto.

Ma altre suggestioni erano per così dire “indotte”, venivano cioè dai libri, racconti e discorsi (tutti entusiastici) dei comunisti italiani e dei loro compagni di strada. Un esempio: qualche anno prima era uscito da Einaudi un libro di Carlo Levi sul suo viaggio in Urss, intitolato Il futuro ha un cuore antico. E il libro di Levi aveva suscitato, anche in chi come me non aveva nulla a che fare col Partito comunista italiano, una fortissima impressione. Non che il libro puzzasse di propaganda. Ma era, a ripensarlo oggi, accuratamente ripulito della più cruda realtà del “socialismo reale”. Una fotografia dell’Urss amorevolmente ritoccata. Levi aveva infatti visto, come ogni europeo occidentale per la prima volta a Mosca, l’arretratezza, l’incuria, la sporcizia e i tratti di vera e propria miseria dell’Urss. Ma ne aveva ricavato una sua curiosa (che oggi appare francamente ridicola) conclusione.

Più le rivoluzioni sono radicali, diceva Levi, più esse tendono a preservare le tracce del buono che c’era nel passato. Ed ecco infatti i suoi palpiti per le vecchie “abat-jour” che si trovavano negli alberghi per stranieri, per i centrini di merletto che si vedevano nelle case dei pochi intellettuali alle quali si poteva avere accesso, per le pantofole sfondate che quegli intellettuali, dimesse accanto alla porta le scarpe infangate, si mettevano ai piedi quando rientravano in casa. Secondo Levi, tutto questo era il segno che accanto all'”elettrificazione”, ai voli degli Sputnik e all’arsenale atomico, il mondo sovietico aveva salvaguardato una specie di dolce e innocua nostalgia, un attaccamento (non certo politico bensì limitato al gusto per i vecchi oggetti) nei confronti della Russia pre-rivoluzionaria.

Era una conclusione suggestiva, come ho detto. Per giungere alla quale, tuttavia, era stato necessario che Levi tacesse sul fatto che le “abat-jour”, i bei piattini Ottocento, i vecchi oggetti che lo incantavano, erano lì solo perché in Russia non se ne producevano di nuovi. Nel libro non c’era una parola sulle immondizie che ingombravano le scale buie e sbrecciate — mai lavate da mesi e forse da anni — delle case, sull’angustia, i cattivi odori e gli intonaci scrostati degli appartamenti dove venivamo ricevuti dagli scrittori di regime o da membri dell’Accademia delle scienze. Russi privilegiati, dato che centinaia di migliaia di persone vivevano ancora nelle “kommunalka”, le case dove abitavano in comune — una cucina, un wc — varie famiglie. Né c’era una sola parola su quanto si poteva trovare nei negozi: patate già quasi marce, salumi nerastri, pesce secco che nessuna madre di famiglia dell’Europa occidentale avrebbe mai portato a casa. Non una parola sulle toilettes dei locali pubblici, spaventevoli per il tanfo e il lordume. Di tutto questo lo scrittore aveva scelto di non far cenno, o quasi, nel suo libro. Ma la verità era che nessuna popolazione bianca al mondo viveva a quel tempo tanto miseramente come viveva l’homo sovieticus.

Nei dormitori dell’università Lenin, Serena Vitale combatteva contro gli scarafaggi, e telefonava in Italia alla madre supplicando un urgente invio di Ddt. Ma non era diverso negli alberghi per stranieri. Anche in quello dove sono sceso quasi tutte le volte, il Nazional, in cui i sovietici ospitavano le delegazioni straniere di rango, sui pavimenti si muovevano notte e giorno ditteri, emitteri, psocotteri, cioè a dire scarafaggi ripugnanti, mentre ogni tanto si vedevano certi piccoli topi nerastri attraversare di corsa la stanza.

Questa era l’Urss, e ancora non ho parlato della burocrazia, di quel riempire moduli e moduli per qualsiasi cosa, cambio di valuta, permesso di andare in taxi sino al bosco di Peredelkino alla periferia della città (quei taxi puzzolenti di cattiva benzina, cattivo tabacco, cipolla, aglio e chi sa che cos’altro ancora), permesso e attesa di 4-5 giorni per recarsi al vicino monastero di Zagorsk, due moduli con le risposte ad una trentina di domande per acquistare un biglietto aereo, tre moduli per prenotare un tavolo al ristorante Aragvi.

Su questo punto, sulla burocrazia e i sorveglianti politici, nei ricordi della Vitale e miei spicca il personaggio d’un burocrate che non era villano come tutti gli altri, e neppure tanto arcigno, anzi tutto sommato benevolente: Gheorghij Brejtburd. Sempre inappuntabile, i modi della vecchia e ormai estinta borghesia russa, Brejtburd risolse alla Vitale, come segretario della sezione italiana dell’Unione scrittori, vari problemi altrimenti insolubili. E a me procurò una serata indimenticabile.

Ero a Mosca nel ’67 per L’Espresso, volevo vedere i giovani poeti russi che Angelo Maria Ripellino aveva appena tradotto per Einaudi, e Brejtburd combinò una cena alla casa Rostov. Era chiamata così (con una licenza poetica che la considerava la casa dei Rostov di Guerra e pace) una bella villa nel centro di Mosca dove aveva sede il Club degli scrittori. Luci sfavillanti, camerieri cortesi, e soprattutto il buon cibo riservato alle categorie che il regime blandiva, privilegiava.

Al tavolo con noi c’erano due eccellenti poeti, Bella Achmadulina e Andreij Voznesenskij, ma durante il pranzo, mentre i camerieri continuavano a portare altra vodka, s’erano venuti a sedere per qualche minuto anche Evghenij Evtuscenko, Vladimir Tendrjakov, e quando la serata volgeva al termine, Viktor Nekrasov. Premio Lenin per il suo romanzo Le trincee di Stalingrado, Nekrasov era a quel tempo un alcolista inveterato, con scoperti, coraggiosi atteggiamenti da dissidente che avevano già reso pericolante la sua posizione nell’Unione degli scrittori.

Al suo arrivo Brejtburd impallidì, e dopo cinque minuti in cui Nekrasov mi si rivolgeva in un francese elementare («C’est un pays de merde», «La police nous surveille»), s’alzò tremante. Raccolse il mio soprabito e mi spinse verso la porta, sicuro che avrebbe pagato caro l’arrivo di Nekrasov al nostro tavolo. Il suo volto era adesso terreo, terrorizzato. Così, la serata nella Casa Rostov fu indimenticabile anche per questo. Perché m’aveva fornito l’immagine penosa, accorante, della paura in cui vivevano i russi ai tempi dell’Urss.

Sandro Viola

fonte: La Repubblica

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