Lezioni in cirillico

Cliford J. Levy, The New York Times, Stati Uniti. 

Quando il telefono ha squillato e ho sentito la sua voce, mi si è stretto lo stomaco.
“Papà? Voglio tornare a casa”, ha detto mia figlia Arden, otto anni. Due ore prima l’avevo lasciata insieme ai due fratelli nella loro nuova scuola: un edificio tozzo, in una foresta di condomini d’epoca sovietica in via Krasnoarmejskaja (dell’Armata Rossa), a Mosca.

Mi avevano abbracciato, un po’ troppo a lungo, e in metropolitana, andando in ufficio, avevo pregato tra me e me che la loro giornata filasse liscia. Arden, però, aveva passato l’intervallo nascosta in bagno a piangere. Poi, dopo essersi ricomposta, aveva trovato la maestra e a gesti le aveva fatto capire che voleva parlare con me. “Non capisco nulla”, mi ha detto. Ho provato a tranquillizzarla, ma non avevo idea di cosa fare. Esortare tua figlia a tenere duro quando cambia scuola nella stessa città è un conto. Ma questa situazione era molto diversa. I miei tre figli un tempo facevano parte dei bimbi viziati di Park slope, a Brooklyn, New York. Quando sono stato mandato in Russia come corrispondente del New York Times, io e mia moglie abbiamo deciso di immergerli nella realtà locale. Niente scuole internazionali in inglese. Li avremmo mandati in una scuola russa, tra veri russi.

Gli amici di Brooklyn facevano commenti del tipo “Wow, come siete coraggiosi”, ma in realtà pensavano “Siete pazzi?”. Era già abbastanza duro abbandonare il nostro quartiere, con le sue case di arenaria e i suoi bar biologici, per un paese che nell’immaginario americano spesso è ancora considerato rigido e ostile. Ma mandare i figli a una scuola russa era praticamente un abuso. Quasi tutti i corrispondenti stranieri, e in generale quelli che vanno a vivere all’estero, iscrivono i figli a scuole internazionali, ma a noi sembrava una soluzione poco convincente. In fondo i bambini assimilano le lingue facilmente. È vero, i miei figli non parlavano una parola di russo e non sapevano nemmeno indicare dov’era la Russia su una mappa. Ma erano svegli, e sapevano adattarsi. Avrebbero imparato il russo ed esplorato il paese – patria di Dostoevskij e Čajkovskij, del balletto del Bolšoj e del museo dell’Ermitage – come altri stranieri non avrebbero mai potuto fare.

Il sogno di creare dei prodigi bilingui si è subito infranto contro la realtà. I nostri figli – Danya (quinta elementare), Arden (terza) ed Emmett (scuola materna) – erano tra i primi stranieri che si iscrivevano alla Novaja gumanitarsnaja škola (Nuova scuola umanistica). Le lezioni erano tutte in russo. Nessuno traduceva, nessuno guidava gli alunni. Ecco perché quella mattina (e mi sarebbe successo molte altre volte in quell’autunno del 2007) temevo di aver esposto i miei figli a un esperimento interculturale che li avrebbe segnati a vita. Ho detto ad Arden che l’avrei richiamata e ho telefonato a mia moglie Julie. Avevamo deciso insieme di mandarli in quella scuola, ma la scelta era diventata motivo di tensione. I nostri figli erano infelici: avevamo fatto bene a lasciare Brooklyn? Io volevo dare tempo alla scuola, senza pretendere altro dagli insegnanti. Julie era preoccupata e diceva che bisognava fare qualcosa, anche se sapeva che non potevamo togliere i bambini dalla scuola. A un certo punto, dopo una lunga discussione con vari insegnanti, era uscita in lacrime. Stava studiando russo, ma si era resa conto di non aver capito quasi nulla di quello che le avevano detto. Come puoi aiutare i tuoi figli se riesci a malapena a comunicare con i loro insegnanti? Abbiamo discusso. Mi chiedevo se non fosse meglio andare a scuola e convincere Arden a rimanere ino alla ine delle lezioni, anche in una stanza da sola, a leggere un libro in inglese. Julie voleva che andassi a prenderla e diceva che sarebbe stato meglio fare una pausa e ritentare il giorno dopo.

Non avevo voglia di litigare. Appena mi ha visto, Arden si è illuminata, come se fosse apparso il suo salvatore. L’ho presa per mano e ci siamo incamminati verso la stazione della metro. Le ho detto che mi rendevo
conto di quanto fosse tutto molto difficile per lei. Poi, con dolcezza, ho aggiunto che sarebbe stato bello se in futuro avesse smesso di uscire prima da scuola perché era agitata. Sapevo che non sarebbe andata così.

Sovietica e anticonformista

All’inizio della nostra ricerca, ci eravamo detti che frequentare una grande scuola pubblica di Mosca sarebbe stato troppo scoraggiante per i nostri ragazzi. Julie è capitata sul sito della Nuova scuola umanistica, un istituto privato con 150 alunni e classi piccole. Offriva una versione innovativa e illuminata della classica istruzione sovietica: lo stesso rigore, ma senza il soffocante conformismo. Forse la transizione non sarebbe stata così dura. Ovviamente eravamo degli ingenui. La Nuova scuola umanistica, che va dalla materna al liceo, è ancora legata alle tradizioni sociali e pedagogiche russe. Gli alunni imparano a memoria brani dell’Eugenio Onegin di Puškin (“Mio zio, uomo dei più onesti princìpi”) e affrontano l’algebra già in quarta elementare. Dai nove anni devono regolarmente superare degli esami di valutazione. Le graduatorie sono affisse in un punto ben visibile, come i risultati delle partite. In quei primi mesi i nostri figli si sono sentiti soli e confusi. Danya era la tipica primogenita, abituata a non perdere mai il controllo. Eppure di notte non riusciva più a dormire. In classe cercava di prepararsi al momento in cui le avrebbero chiesto se aveva fatto i compiti. A volte non sapeva nemmeno se ce n’erano. Durante le lezioni di grammatica russa, le parole sulla lavagna le sembravano geroglifici. Provava a calmarsi ripetendosi “È normale. Ci vuole tempo”, ma si sentiva tradita. Le avevamo assicurato che i bambini imparano le lingue senza sforzi, e invece ecco che era diventata la straniera scema.

Arden la mattina non voleva scendere dal letto. Rimaneva abbracciata alla coperta nella sua stanza. Durante la ricreazione, quando gli altri bambini giocavano a vyšibaly, versione russa di palla prigioniera,
se ne stava in disparte e camminava avanti e indietro, come su una trave di equilibrio. Nella scuola pubblica 321 di Park slope era molto afezionata ai suoi insegnanti e spesso a ricreazione preferiva stare con loro. Con quelli della Nuova scuola umanistica riusciva a malapena a parlare. Speravamo che con Emmett sarebbe andata meglio, perché aveva solo cinque anni e mezzo. Ma una mattina, di fronte a un esercizio in cui bisognava tracciare delle linee su un foglio di carta millimetrata, si è trovato così in difficoltà da non volerlo consegnare. “Per favore, fammi vedere”, l’ha supplicato l’insegnante. “Siete tutti qui per
imparare”. Alla fine Emmett ha appallottolato il foglio e ci ha affondato la faccia. Una sera si è lamentato che in classe non lo interrogavano mai, e lui sapeva perché. “Perché?”, ho chiesto. “Perché sono americano”, ha risposto. Mi sono sforzato di non ridere. Ripensandoci, una bella risata non mi avrebbe fatto male.

Mi ero convinto che stavamo facendo quello che milioni di immigrati fanno negli Stati Uniti. Ma il mio disagio non era dovuto solo alla scuola. Quando siamo arrivati in Russia, il paese stava ancora vivendo i postumi dell’umiliante crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Vladimir Putin, un ex agente del Kgb che disprezzava la democrazia all’occidentale, regnava indisturbato. Molti russi, stanchi del disordine post-sovietico, erano dalla sua parte. Con il prezzo del petrolio alle stelle, l’economia, basata sullo sfruttamento delle risorse naturali, stava crescendo rapidamente. A Mosca i nuovi ricchi abbracciavano
un materialismo sconfinato, dopo decenni di privazioni. Sfrecciavano lungo via Tverskaja nei loro suv, compravano cucine lussuose e affollavano i ristoranti di grandi cuochi europei come la Cantinetta Antinori.
Mosca ha dieci milioni di abitanti, e la maggior parte di loro non è ricca. Dopo pochi mesi, però, ricordo di aver pensato: è questa la società in cui voglio che i miei figli si integrino?
La prima volta che siamo andati alla Nuova scuola umanistica è stato per i colloqui di ammissione di Danya, Arden ed Emmett.
Ci ha accolti un signore con una massa di capelli che sembrava paglietta di ferro e due file di denti che, dal colore e dalla disposizione, tradivano decenni di odontoiatria sovietica e fumo accanito: Vasilij
Georgevič Bogin, fondatore e anima della scuola. Bogin ha passato tre quarti d’ora con ognuno dei nostri figli, parlandogli in inglese. Ha fatto fare a Danya un esercizio di algebra palesemente troppo complicato per lei. Ha tracciato la sagoma di un pesce con degli stuzzicadenti e ha chiesto ad Arden di invertire la posizione del pesce spostando solo pochi stuzzicadenti. Ha voluto che Emmett smontasse e ricostruisse una casa fatta di blocchi. Sembrava interessato a come pensavano, non a quello che sapevano. Ai bambini è parso un tipo strano, ma Bogin ci stava dando un assaggio del suo metodo. Bogin è sulla cinquantina, e se stesse dritto sarebbe alto quasi un metro e ottanta. Invece, mentre si aggira per la scuola, è sempre chino in avanti, come trainato da qualcosa. Nei suoi occhi brilla la furbizia di chi sta escogitando un nuovo rompicapo per la prossima persona che incontrerà (“Chiunque pensi che due più due fa quattro è un cretino”, ripete, ma ci torneremo). Quando Bogin era giovane, il partito usava le scuole per formare dei comunisti
fedeli. Gli insegnanti facevano propaganda attraverso le lezioni e, come sergenti istruttori, costringevano a imparare tutto a memoria. Lui odiava quel sistema. “Non volevo essere una persona che riceve ordini e obbedisce senza riflettere. Non mi consideravo uno di quelli che ripete dei brani senza spirito critico, senza pensare, senza avere delle alternative”, mi ha spiegato.

Mentre i dissidenti politici combattevano il regime sovietico, altri si opponevano al suo sistema educativo. Bogin era uno di loro. Dopo aver studiato inglese all’università e aver fatto il servizio militare, decise di diventare uno di quegli insegnanti che gli sarebbe piaciuto avere da ragazzo. Verso la fine degli anni ottanta, in una scuola della periferia di Mosca, spronava gli studenti a sfidarlo, a sfidare tutto il sistema. Era la fase di massimo sviluppo della perestrojka, sotto Michail Gorbaciov.
Poco dopo la fine dell’Unione Sovietica, Bogin aprì la Nuova scuola umanistica, uno dei primi istituti privati del paese, in un piccolo edificio che un tempo ospitava un asilo nido per i figli degli operai di una fabbrica militare. Oggi la scuola è sempre lì, e il fatto che Bogin non riesca a ristrutturare il palazzo o a trovare una sede più grande rivela l’atteggiamento ambivalente delle autorità verso il suo rivoluzionario approccio pedagogico (la scuola, pur essendo privata, è sotto il controllo del governo). Dopo quel primo incontro, nel 2006, Bogin ha sottolineato che non ammetteva quasi mai dei non madrelingua, ancor meno se arrivavano dagli Stati Uniti, e ha chiarito che non avrebbe potuto offrire classi separate per i nostri figli. Ci aspettavamo un rifiuto, e invece ha dichiarato: “Li accetto”.

Scuola di adattamento

In quei primi sofferti mesi abbiamo detto ai nostri figli che erano liberi di passare in una scuola internazionale. Ma mentre noi ci preoccupavamo, loro cominciavano a sviluppare delle tecniche di sopravvivenza.
Chiedevano agli insegnanti un aiuto dopo le lezioni. Per dimostrare ai compagni di classe che non erano stupidi, cercavano di riuscire nelle materie in cui serviva meno il russo, come la matematica. Le ragazze, quando non capivano qualcosa, usavano una tattica che chiamavano “sorridi e annuisci”. Memorizzavano le parole e poi le cercavano di nascosto sul vocabolario. Tutti e tre cominciavano a parlare in russo, anche se con errori di grammatica e un accento straniero. “Era un po’ come decifrare un codice: ogni giorno bisognava capire nuovi modi di dire e di comportarsi”, mi avrebbe raccontato Danya in seguito.
Anche le lezioni di letteratura russa non erano più così spaventose. Una mattina l’insegnante di Arden stava parlando delle favole russe quando si è accorta che la bambina non conosceva la tipica frase finale, la versione russa di “e vissero felici e contenti”. Le ha chiesto di ripetere una parola per volta, e Arden l’ha fatto. Poi di pronunciare tutta la frase. Arden ha esitato e stava per rifiutarsi, come aveva fatto tante volte in passato. Invece ha detto la frase e i compagni hanno applaudito. Era raggiante. All’inizio dell’anno gli altri bambini trattavano Danya, Arden ed Emmett come tre stranezze. A volte li prendevano in giro per la loro sintassi maccheronica, anche se la scuola non tollerava quei comportamenti. Bogin si è perfino inventato un trucco per la classe di Emmett: uno degli insegnanti ha fatto una lezione interamente in inglese. “Ecco, per Emmett le lezioni sono ogni giorno così”, ha spiegato. Un bambino si è talmente avvilito cercando di seguire che è scoppiato a piangere. Dopo un po’ i compagni di scuola hanno smesso di prendere in giro i nostri figli, e alcuni hanno anche cercato di farci amicizia, proponendo di aiutarli con i compiti o invitandoli alle loro feste di compleanno.

Bogin all’inizio temeva che i nostri bambini non ce la facessero, ma ha notato i loro progressi e si è accorto che erano un modello per gli altri bambini. Ormai ci aveva conquistati: incarnava alla perfezione la nostra visione idealizzata dell’intellighenzia russa. Poteva partire da un argomento banale – per esempio come i bambini alzano la mano in classe – e trarne spunto per lunghe e appassionanti discussioni. Una volta io e Julie siamo andati a trovarlo per parlare del metodo di studio di Emmett. L’incontro è durato quasi tre ore. Nel 2008, un giorno di fine primavera, Danya è tornata a casa annunciando che avrebbe partecipato alle olimpiadi scolastiche, principalmente perché era brava in matematica. Eravamo perplessi. Come avrebbe capito le domande? Ha assicurato che ce l’avrebbe fatta. Ci siamo sentiti pieni di ottimismo. All’inizio il nostro istinto di genitori ci spingeva a intervenire per proteggere i bambini. Ma forse era meglio lasciarli vincere quelle battaglie da soli. Come dice spesso Bogin, “non c’è maestro migliore della vita”. Man mano che la situazione migliorava, ci rendevamo conto che la Nuova scuola umanistica era un posto a dir poco speciale. Bogin aveva creato un sistema basato su quelli che chiamava sovrintendenti: due o tre insegnanti che seguivano dieci o quindici bambini all’anno. I sovrintendenti in genere non facevano lezione ma osservavano le classi, individuavano i problemi e accompagnavano i bambini durante i pranzi e le attività. A colazione, pranzo e merenda tutti mangiavano nella mensa, dove cuochi amorevoli servivano cibi gustosi come boršč, blini e dolcetti alla cannella. I nostri figli li divoravano ed Emmett ha smesso di maneggiare forchetta e coltello come un uomo delle caverne. Molti bambini, compresi i nostri, rimanevano a scuola fino alle sei per fare i compiti con i sovrintendenti.

Per noi era una fortuna, viste le difficoltà che avevamo ad aiutarli. A scuola si insegnavano materie classiche, come storia e matematica. Ma anche altre, come l’antimanipolazione, che forniva ai bambini gli strumenti per decifrare i messaggi commerciali e politici.
Bogin insegnava una materia obbligatoria chiamata myšlenie, pensiero critico. Era in parte ispirata ai lavori di un filosofo dell’educazione russo dissidente, Georgij Ščedrovickij, secondo cui esistono tre tipi di riflessione: astratta, verbale e rappresentativa. Per capire il significato di una cosa, bisogna usarli tutti e tre. Quando ho chiesto a Bogin di spiegarmi questa teoria, mi ha detto: “Due più due fa quattro? No! Perché se sommi due gatti e due salsicce, ottieni due gatti. Due gocce d’acqua più due gocce d’acqua fanno una goccia d’acqua”. Bogin si divertiva a sfidare i bambini con rompicapi vari per costringerli ad allargare il loro pensiero. L’opposto dell’apprendimento mnemonico alla base del sistema sovietico. La sera a cena i bambini mi tormentavano con i loro indovinelli. “Dieci corvi sono appollaiati su uno steccato”,
esordiva Arden. “Un gatto acchiappa un corvo e se lo mangia. Quanti ne rimangono?”. “Mmm… nove”, rispondevo, temendo una trappola. “Nessuno!”, esclamava lei allegra. “Pensi davvero che dopo che un corvo è stato mangiato, gli altri se ne stanno lì impalati?”. Bogin aveva introdotto un’altra novità: registrare le lezioni. Non era una reminiscenza del sistema di sorveglianza sovietico. Bogin voleva esaminare il modo in cui gli insegnanti interagivano con i bambini e stimolavano i rapporti tra loro. E poi ne discuteva fino a tardi con i colleghi. Alla Nuova scuola umanistica si organizzavano di continuo olimpiadi scolastiche, gare di recitazione e giochi a quiz. Si dava molta importanza alle interrogazioni orali, anche in matematica, chiedendo ai bambini di risolvere un’equazione alla lavagna e spiegare come c’erano arrivati. Gli studenti ricevevano dei voti e le graduatorie venivano affisse. Noi non eravamo abituati a questo: la scuola di Brooklyn promuoveva un approccio “tutti vincenti”. Alla Nuova scuola umanistica, spiegava Danya, “il messaggio è completamente diverso: imparare è difficile ma devi farlo. Devi ottenere buoni voti”. All’inizio la scuola non inseriva Danya e Arden nelle graduatorie per non metterle in imbarazzo (Emmett era troppo piccolo per ricevere dei voti). Quando il loro russo è migliorato i nomi delle bambine sono apparsi, e con il passare dei mesi hanno cominciato a scalare le graduatorie. Il primo anno la scuola ci è costata circa diecimila dollari a figlio. Potevamo permettercelo: come molte aziende che mandano i dipendenti all’estero, il New York Times pagava l’iscrizione. Eppure per i moscoviti, la Nuova scuola umanistica era una strana via di mezzo: troppo cara per molti, ma non abbastanza per i ricchi, che spesso preferivano maestri condiscendenti e strutture lussuose. Con i suoi pavimenti sconnessi e i corridoi stretti, sembrava un vecchio edificio secondario di una scuola pubblica del Queens a New York. L’istituto attirava famiglie della classe medio-alta che stimavano Bogin. I genitori dei compagni dei miei figli erano avvocati, professori, dirigenti di banca, architetti, editori e ristoratori. Guidavano belle macchine, vivevano in appartamenti privatizzati dopo la caduta dell’Unione Sovietica e trascorrevano le vacanze in Europa. Erano apolitici e spesso fatalisti sul futuro del loro paese. Come molti russi durante l’era Putin, si erano allontanati dalla vita pubblica per concentrarsi su quella privata. Fare altrimenti poteva essere un azzardo. Chiunque era libero di criticare il governo in privato, non c’erano più spie sovietiche in giro. Ma chi si spingeva oltre rischiava di essere licenziato, perdere un contratto o ricevere una visita della polizia. La paura era rimasta.

Il padre di un compagno di classe di Emmett, Aleksej Skvortsov, era dirigente di un’azienda di vendita al dettaglio. Quando gli ho chiesto cosa fosse successo alla sua generazione, mi ha detto: “Penso che molti
russi oggi si riiutino di credere che sia possibile cambiare la società. Si concentrano sulle trasformazioni che coinvolgono la vita privata”. Eppure mandare i figli alla Nuova scuola umanistica era in un certo senso un atto di ribellione. Quei genitori si rendevano conto che i loro figli, una volta formati da Bogin, non avrebbero ceduto a nessuna forma di demagogia.
Bogin non amava i leader russi, specialmente Putin: gli sembrava troppo sovietico. Ma rimaneva lontano dalla politica perché sapeva che sostenendo l’opposizione avrebbe attirato l’attenzione delle autorità. Volevo comunque capire com’era visto dal governo. Aveva messo a punto un metodo d’insegnamento efficace, che poteva contribuire a salvare il sistema scolastico, eppure veniva ignorato.
Nella primavera del 2011 ho incontrato Valerij Fadeev, noto giornalista della Camera pubblica, un organo consultivo del Cremlino, e vicino all’ala liberale del partito di Putin. Fadeev è un grande sostenitore
della Nuova scuola umanistica, dove ha iscritto la figlia. Secondo lui i burocrati del Cremlino responsabili della pubblica istruzione conoscevano la scuola, ma erano troppo sclerotizzati per trarne ispirazione.
“Le autorità non gli impediscono di lavorare, ma non lo apprezzano”, mi ha detto Fadeev. “Non capiscono che la riforma dell’istruzione è l’unico modo di rilanciare il paese”.
Con il passare degli anni – un terzo, poi un quarto – la vita alla Nuova scuola umanistica è diventata normale. Danya usciva con le sue amiche Maša e Daša. Arden era bravissima in grammatica, forse perché aveva
imparato le regole da zero, a differenza dei madrelingua russi. Anche Emmett, ancora troppo piccolo per essere valutato, andava bene. Quando li lasciavo a scuola la mattina, ero stupito nel sentirli chiacchierare con gli altri bambini. Non traducevano più mentalmente dall’inglese al russo, le parole uscivano spontaneamente. Per le strade di Mosca li scambiavano per russi. Gli stranieri in Russia si lamentano di dover pagare di più l’ingresso nei teatri e nei musei: era un piacere mandare i bambini a comprare i nostri biglietti al prezzo più basso.

Basta integrare

La scioltezza linguistica e la familiarità con la cultura russa erano un vantaggio ovunque. Durante un lungo viaggio in treno verso l’Estonia, hanno fatto amicizia con una coppia proveniente dalla Russia meridionale. I due hanno tirato fuori pane di segale, sottaceti e pesce affumicato per i bambini, e abbiamo passato ore a chiacchierare e mangiare. Arden si è iscritta a una scuola di balletto e danza moderna. A scuola Danya ha letto Tolstoj e Čechov, poi, da sola, ha attaccato Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov. Questo loro senso di appartenenza sollevava un dubbio imbarazzante: stavano forse diventando più russi che statunitensi? Io e Julie avevamo imparato ad amare la Russia e il suo popolo, ma alcuni aspetti del paese – la deriva verso l’autoritarismo, il conservatorismo sociale – continuavano a turbarci.
I ragazzi, come sempre, hanno risolto la questione prima di noi. Hanno integrato la loro identità americana nella scuola, invece di abbandonarla. Aiutavano gli insegnanti di inglese. Descrivevano ai loro amici la vita negli Stati Uniti. Ho capito che dovevamo smettere di preoccuparci il giorno in cui una sovrintendente, Galina Lebedeva, ci ha raccontato che Arden aveva chiesto alle ragazze di spostare i tavoli durante le pulizie, come facevano i ragazzi. “Arden, la nostra feminitska americana, ha detto che le ragazze erano capaci di sollevare i tavoli quanto i ragazzi”, mi ha confidato Lebedeva con un sorriso. “E noi abbiamo approvato”. Poi, dopo cinque anni in Russia, è arrivato il momento di tornare a Brooklyn. Danya, che ormai aveva quasi quattordici anni, non era del tutto contraria, perché le piaceva l’idea di essere un’adolescente a New York. Arden ed Emmett, invece, avrebbero preferito restare. “Mi sento come strattonata in due direzioni diverse, e non so cosa fare”, mi diceva Arden all’epoca. “È il problema di quando vivi all’estero. Alla ine provi una strana sensazione, pensi ‘non posso partire, ma non posso restare’”.
L’ultimo giorno di scuola dei ragazzi, Bogin ha riunito tutti gli alunni per un saluto. Ha fatto i complimenti ai nostri figli per tutte le difficoltà che avevano superato, poi si è fermato. Anche questa volta il suo non sarebbe stato un banale discorso. “Cos’è che non avremmo se questi tre non fossero venuti qui?”, ha chiesto. “Come hanno arricchito la nostra scuola?”. “Il teatro!”, ha urlato qualcuno. “Il giornale della scuola!”. “Dei grandi amici!”. Poi si è alzato un coro. “Spa-si-bo! Spa-sibo!”. Grazie. Qualcuno, tra gli insegnanti e i ragazzi, si è commosso. Sono salito sul palco per esprimere tutta la mia gratitudine, ma ero troppo emozionato per parlare. Arden si è fatta avanti e ha preso il microfono. Sicura di sé, in un russo impeccabile, ha ringraziato la scuola a nome di tutti noi.

Fonte: Internazionale del 3 agosto 2012.

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