De Cecco allarga la propria presenza in Fed. Russa

Alla De Cecco sono abituati a vedere i loro prodotti in bocca a mezzo mondo, ma questa volta è l’azienda di Fara San Martino che potrebbe “mangiarsi” un concorrente, per la precisione la russa Piervaia Macaronnaia Compania controllata da Andrei Kovalov, per la quale secondo quanto scrive il quotidiano finanziario Vedemosti il gruppo abruzzese avrebbe già chiesto all’Antitrust russo l’autorizzazione a procedere con l’acquisto. L’operazione avrebbe un valore di circa 60 milioni di euro, una ventina dei quali destinati al rinnovo degli impianti e dei siti produttivi del principale produttore russo di pasta.

Non si tratterebbe del resto del primo acquisto in Russia per il gruppo che fa capo all’omonima famiglia (una ventina di soci in tutto) e che vede in Saturnino De Cecco l’azionista con la quota maggiore di capitale. Già a giugno, infatti, era stato acquisito il controllo di tre marchi di pasta russi ceduti da First Pasta Company (secondo produttore russo proprio alle spalle di Piervaia Macaronnaia), operazione da 40 milioni di euro che ha portato nelle mani dei De Cecco le industrie di Mosca, Smolensk e San Pietroburgo e che ha rafforzato il ruolo di quarto produttore mondiale di pasta del gruppo italiano, sempre più attento ai mercati esteri (la pasta De Cecco è ormai venduta in 90 mercati) e con filiali commerciali da tempo operative in Germania, Francia, Gran Bretagna e Nord America.

La crescita della De Cecco sta rapidamente trasformando un gruppo nato nel 1886 e che giusto 100 anni dopo ha diversificato la propria produzione anche nell’olio d’oliva extravergine e nelle conserve di pomodori, rendendo sempre più probabile l’ipotesi, più volte ventilata, di uno sbarco in borsa. I numeri del resto sembrano ormai esserci tutti: nel 2010 il valore della produzione, cresciuta in volume del 9%, in controtendenza rispetto al calo del 3% del mercato italiano (di cui De Cecco controlla una quota dell’8% che secondo alcuni potrebbe salire al 10% a fine anno), è salito da 303 a 343 milioni di euro, mentre l’utile netto è passato da 2,8 a 12,6 milioni.

Numeri ancora distanti, certo, da quelli di Barilla, primo produttore italiano e mondiale di pasta che lo scorso anno ha registrato un fatturato di 4,029 miliardi di euro, un utile operativo di 211 milioni e un utile netto di 27 milioni di euro (su cui hanno pesato negativamente gli oneri legati alla cessione della controllata tedesca Kamps), ma che potrebbero interessare agli investitori, riaprendo un capitolo, quello dell’eventuale sbarco sul listino, che l’ultima assemblea dei soci ha di fatto congelato dando mandato al Cda di ridiscutere i termini dell’operazione in vista di uno slittamento della stessa di un anno, dal 2012 al 2013.

Mercati permettendo, l’Ipo potrebbe tuttavia consentire una migliore gestione del debito, in lieve calo a 317,5 milioni a fine 2010 di cui circa 200 nei confronti del sistema bancario. Così Mediobanca e Jp Morgan, che almeno dal 2009 hanno studiato (inutilmente) l’operazione, potrebbero tornare all’attacco per convincere la famiglia ad aprire il capitale a nuovi azionisti. Molto dipenderà dal prezzo che gli investitori si dimostreranno pronti a sborsare, ma certo la campagna di conquiste dei maccheroni abruzzesi all’estero potrebbe rendere il gruppo più appetibile.

Luca Spoldi

fonte: affaritalianilibero.it

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