Perché fallì il sogno sovietico

Era così scontato il crollo dell’Unione Sovietica? Oppure era possibile, almeno a un certo punto della storia, mettere definitivamente alle spalle gli orrori dello stalinismo e costruire un “sogno sovietico” alternativo a quello americano? Alla fine degli anni Cinquanta l’Urss aveva raggiunto importanti traguardi: un’industria pesante di rilievo; il primato nella corsa allo spazio; tassi di crescita dell’economia di tutto rispetto. In quegli anni l’America guardava oltre Cortina con la stessa preoccupazione che qualche decennio più tardi manifesterà prima per il Giappone e poi per Cina ed India. Nikita Kruschev lancia in quegli anni la sfida: entro gli anni Ottanta, l’Unione sovietica riuscirà ad assicurare l’abbondanza di beni di consumo che caratterizza l’American way of life, senza le diseguaglianze che la caratterizzano.

Eppure in quegli anni si stava cercando di costruire una via marxista al mercato e ai prezzi. Un gruppo di economisti guidati da Leonid Kantorovich, l’unico sovietico a vincere il premio Nobel, suggeriva di adottare un sistema di “valutazioni oggettivamente determinate” (definite anche prezzi-ombra) che tenessero conto degli input di lavoro e altri fattori produttivi ed orientassero la definizione delle quantità da produrre. I grandi progressi dell’industria dei computer in quegli anni sembravano offrire la possibilità di offrire le enormi capacità di calcolo necessarie in un sistema pianificato.

Perché allora non tentare strade nuove e perché non proporsi di realizzare un sistema ancora più efficiente e giusto di quello di mercato? L’economia socialista può quindi lanciare lo slogan “Ottimizziamo, compagni!”, come nuova versione delle parole d’ordine del compagno Stakanov che avevano sorretto la grande industrializzazione. Un’abbondanza marxista: Red Plenty, appunto, è il titolo di un bel libro di Francis Spufford (sottotitolo: Industry! Progress! Abundance! Inside the Fifties Soviet Dream, pubblicato a Londra da Faber & Faber).

La storia come è noto ha preso un corso diverso, culminato proprio vent’anni fa, nel-l’agosto 1991, col fallito colpo di stato contro Gorbaciov e la disgregazione finale dell’Urss. Spufford ci aiuta a identificare le cause principali del collasso. Primo: un errore di diagnosi sul successo economico sovietico dei primi anni del dopoguerra: gli alti tassi di crescita nascondevano una produttività in netto declino e dunque erano destinati a ridursi drasticamente non appena gli investimenti cominciarono a rallentare, già dagli anni Sessanta. Come spesso succede ai piani quinquennali, già gli obiettivi quantitativi erano fortemente ottimistici. Secondo: un motivo puramente teorico, ma anche ideologico. Kantorovich dovette continuamente difendersi dall’idea di voler corrompere la purezza marxista-leninista con concetti “borghesi” come la domanda e l’offerta e la loro interazione nel determinare i prezzi. La sua opera venne quindi sempre guardata con il sospetto che il regime riservava alle visioni non ortodosse.

Terzo: la difesa ostinata del blocco di potere che si era coagulato intorno al Comitato centrale del PCUS. A metà degli anni Sessanta, Kruschev era circondato da persone che egli stesso aveva nominato e che avevano come primo obiettivo quello di mantenere la propria posizione e che temeva ogni innovazione. Visto che non c’era un elettorato a cui rispondere, perché cambiare un sistema difettoso, ma conosciuto, con uno nuovo che avrebbe spostato i processi con cui venivano prese le principali decisioni economiche, con conseguenze politiche difficilmente prevedibili? Tanto più che nel 1962, una prima timida applicazione, basata sull’aumento del prezzo della carne, aveva generato manifestazioni chiuse con sanguinose repressioni, ovviamente accuratamente censurate. E qui si arriva alla quarta e fondamentale causa: il carattere intrinsecamente autoritario e dittatoriale del regime. Spufford insiste giustamente nel descrivere la posizione degli intellettuali in quei decenni e ci fa capire come sia stata impedita la libera circolazione delle idee, il dissenso e il dibattito che sono il sale del progresso scientifico.

Nessuna meraviglia dunque che alla fine tutto sia rimasto come negli anni di Stalin. Il Gosplan continuò ad essere imperniato su processi inefficaci, su prezzi slegati dalla realtà produttiva, avverando la profezia di Kantorovich, che aveva detto: «I prezzi sbagliati rovineranno tutto». Uno dei più grandi sistemi produttivi al mondo si era trasformato in un mostro che sprecava ottime materie prime, trasformandole in beni che nessuno voleva, senza essere capace di fornire i beni di consumo che erano sempre più richiesti. L’economia che aveva tentato di realizzare il marxismo in un paese fortemente arretrato dal punto di vista industriale (dunque in condizioni opposte a quelle previste dallo stesso Marx); che aveva aumentato la propria capacità industriale fino a resistere all’assalto di Hitler prima e ad incutere timore negli Stati Uniti poi, fallì perché non riuscì a produrre lavatrici, automobili e blue-jeans. Per colpa dei prezzi sbagliati, ma soprattutto per le grandi questioni politiche che impedirono di dare seguito ad una proposta scientificamente fondata.

Spufford conclude il libro con un interrogativo di grande attualità. «Gli anni passano. L’Unione Sovietica crolla. La danza dei beni riprende. E il vento negli alberi ripete: “Può andare in modo diverso? Può, può mai andare in modo diverso?”». Dall’alto, Von Mises e Billy Wilder sorridono e ci dicono che loro la risposta l’hanno già data.

Marco Onado

fonte: Il Fatto Quotidiano, 29 luglio 2011

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